La Contessa Barbera

LA CONTESSA BARBERA (dalla precedente puntata) ….. E lui quella sera era così sbronzo che tornando nella suite con pagliericcio in scuderia, che gli faceva da casa da oltre un anno, non si accorse del nobile profilo sauro con la solita mascherina bianca sul muso e del vecchio Roccia che lo osservavano straniti da un box non più vuoto dopo anni. Che cosa cosa stava per succedere all’allevamento Semper Fidelis e – chissà – nella vita di Bartolomeo Berazzani, una volta Meo per tutti i suoi tifosi ed oggi BarBera? E chi sarà mai questa Contessa?

(continua) Virginia Verasis di Castiglione, così avrebbe dovuto chiamarsi quella piccola saura sbarazzina dalla stella bianca sul muso nata la settimana prima, senonchè l’artiere mandato all’ufficio anagrafe per registrarne la nascita, smarrì il foglietto con scritto quel nome così difficile da ricordare. In difficoltà e pressato dal funzionario alle prese con la coda e con un impellente bisogno, l’artiere si ricordò che il Conte Branca chiamava affettuosamente la cavallina Contessa: tale era Virginia Verasis di Castiglione, donna bellissima e indiscussa protagonista – nel bene e nel male – del Risorgimento d’Italia, tale venne registrata la cavallina all’albo dei purosangue. La Contessa, ex Virginia Verasis di Castiglione, era nata all’allevamento Semper Fidelis da mamma Veragna e da papà Nefronte della Rocca. Una genealogia nulla più che discreta, tanto che alle aste il conte Branca, l’allevatore e padrone del Semper Fidelis, se l’era riportata a casa ritenendo non soddisfacente l’offerta massima ricevuta di 13 milioni ricevuta dal battitore d’asta.

In realtà non aveva accettato la cessione perchè l’offerente era Mauro Rigaggi, pezzo grosso della borsa, con il quale Branca, omettino all’apparenza fragile ma dal carattere forte quanto il portafoglio ereditato dalla madre, aveva più volte discusso per via di cavalli e di donne. Discussioni mai appianate, e il Branca diventava paonazzo di rabbia quando vedeva la sagoma erculea di Rigaggi, riconoscibile già da lontano per l’inseparabile cappello texano. Mai Branca gli avrebbe venduto un suo cavallo; in realtà lo sapeva benissimo anche Rigaggi al quale però quei giochetti divertivano tanto. Di quella piccola saura nulla gli interessava, l’offerta dei 13 milioni era solo l’ennesimo affronto a Branca che a chiunque altro avrebbe venduto la puledrina anche per 7-8 milioni. Storie di uomini e di cavalli, dove gli odi si mischiano agli amori.

Vai a sapere con i cavalli, ma gli “amanti” che avevano messo al mondo Virginia Verasis di Castiglione, ormai Contessa, parevano garantire alla cavalla una onesta carriera da routinier, con una predisposizione particolare al fondo. Mamma Veragna, prometteva molto bene ma non aveva mai corso per un grave infortunio in allenamento: aveva il vizio di sfiorare le transenne di destra della pista, e quella volta le sfiorò così tanto da finire gambe all’aria e quasi accoppare il malcapitato fantino, indovinate un po’ il talentuoso Bartolomeo Berazzani, che ci rimise 7 costole e quando c’era da spingere il cavallo con forza nel rush finale non fu mai più quello di prima… Poco da segnalare anche sul padre Nefronte, un habituè del sottoclou di San Siro che si era guadagnato onestamente vitto ed alloggio con tanti piazzamenti e tre vittorie nel borsino.

Passavano i mesi e il Conte Branca cercava ogni occasione per cedere la Contessa, benintesi a chiunque non fosse Rigaggi. Quella cavallina gentile e bizzosa al termine del primo anno gli sembrava troppo esile per poter far qualcosa di buono in pista. Non gli interessava…. almeno fino a quando, avvicinandosi il secondo anno di età ed il debutto alle corse, non le vide fare in canter una strano movimento con la testa notoriamente tipico di Fernandez, crack americano che tra una trasferta e l’altra attraverso il mondo aveva soggiornato per qualche settimana all’allevamento Semper Fidelis. “Vuoi vedere che con la Veragna….”, rimurginò tra sè Branca. E siccome i tempi di gestazione e nascita tornavano, nel dubbio il Conte – per la verità sempre scettico – decise di non vendere più la Contessa. Fece bene. +

A due anni la saura era una splendida cavalla: seconda all’esordio dopo una partenza disastrosa, inanellò poi sempre con la monta di Meo tre vittorie di fila che la accreditarono tra le femmine più forti dell’annata. Ora si doveva di cercare il confronto con le più forti in campo internazionale, alla faccia del Rigaggi che quando Contessa dominò quasi scherzando le Oaks, la corsa italiana più importante per le femmine, era stato notato sbattere a terra dalla rabbia il cappello texano. Contessa diventava ogni giorno più bella, più forte maestosa, orgogliosa nel portamento. Ma anche birichina, soprattutto con Meo. Come quella volta che lo fece correre dal tondino alla gabbie di partenza perchè – chissà per quale motivo – si era intestardita ad impedire che le salisse in groppa. Capriccio risolto davanti alle gabbie dove Meo giunse stremato, non ancora con le forze sufficienti per riaccompagnarla all’ennesima vittoria per distacco. Poi all’improvviso le Sirene dell’America, i prestigioso Blue Grass Farm in Califormia. Un Paradiso che però per lei, lontana dal suo Monferrato, dal suo mondo, divenne un inferno. Al punto che i nuovi padroni americani, disperati per le prestazioni ridicole e la visibile, inspiegabile, sofferenza, decisero di rimandarla per un po’ in Monferrato, all’allevamento natio

“Io non credo all’amore, è una malattia che passa com’è venuta…. prendetemi oggi non contate di avermi domani”: così scriveva Virginia Verasis di Castiglione, la donna che conquistò anche Napoleone III e che contribuì a fare l’Italia (il Conte Branca la metteva sullo stesso piano di Cavour). Parole. quelle scritte dalla bellissima Virginia, che incredibilmente valevano anche per la Contessa, che ne fece passare tante, ma tante, agli artieri ed anche a Meo, che in quel momento, ore 4 o’clock, alle prime luci dell’alba, si alzava dal pagliericcio. Era ancora talmente intontito dal vino della sera prima che mentre si lavava la faccia alla fontanella della scuderia manco più pensava alla Contessa ed al suo clamoroso ritorno. Glielo ricordò lo strano abbaiare di Roccia. Abbaiare alle 4 del mattino? Meo d’istinto pensò di aver dormito troppo e si preparò all’arrabbiatura degli altri artieri che sicuramente avevano dovuto fare il suo lavoro. Poi si girò, vide Roccia che lo guardava appoggiato sulla zampe posteriori, gli occhi di Contessa che lo scrutavano dal box e ricordò tutto. Anche di come si era ridotto. Si lasciò cadere a terra strisciando la schiena lungo il muro, guardò Contessa e Roccia per qualche interminabile secondo, poi venne travolto dall’emozione. Nessuno, prima, lo aveva visto piangere.

di Claudio Luigi Bagni
(2 – continua?)

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The Monferrato gravel destination

Cyclotourism (gravel bike, bicycle, mountainbike, e-bike), trekking, equestrian tourism, golf, relax and nice food: Bike Comedy Club offers dream vacation in the Monferrato alessandrino, casalese and astigiano (Piedmont, Italy), World Heritage Unesco, the land of  agnolotti, wine and truffles. Small groups, support vehicle on the road, tailor made tours to suit your needs. Connection with the VENTO cycle linking Venice and Turin on protected roads along the banks of the Po river.

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The Monsterrato, alone with yourself


No window dressing, no VIPs, no stars and starlets, no show-business. At Monsterrato you will find yourself “alone with yourself”. In the deafening silence of the Monferrato.
6th The Monsterrato-Strade Bianche Monferrato, 3-4 September 2022, Quattordio (Al): gravel bike, historical and vintage bike, mtb and e-bike among hills, castles, ancient villages and vineyards of the Monferrato, elected by the Unesco heritage of humanity for the wine landscape and the inferno
www.lamonsterrato.it #Monferrato #Monsterrato #stradebianche #emotions

MONSTERRATO KINGDOM OF GRAVEL

Are twenty-three (23) sectors on strade bianche (long route) enough to make a cycling tour exciting as well as “challenging”? We are looking for more.
La Monsterrato Strade Bianche Monferrato, 3rd and 4th September 2022, lots of cycling but not only among hills, dirt roads, vineyards, truffle woods, pastures, ancient castles and medieval villages.
Registrations open as of February 1st, 2022 on www.lamonsterrato.it

Saturday 3rd September will be dedicated to gravel bikes, on Sunday 4th historic and vintage bikes, mtb and e-bikes will also be on the stage
The #Monsterrato aim is to protect the dirt roads and to promote Alessandria, Casale and Asti Monferrato as an ideal destination for the #gravel world
Monferrato, Unesco heritage for its wine landscape and the infernots, stretches between the Po and Tanaro, can be reached in 50 minutes by motorway from #Milano#Torino#Genova and from the international airport Milan- # Malpensa.
In direct collaborazion with the Municipalities of #Quattordio #CerroTanaro#Felizzano#Fubine#Masio e #VignaleMonferrato

BEECHWORTH OR QUATTORDIO?

If on Saturday 3rd September 2022 you would like to experience a memorable day dedicated to gravels, you have 2 options:
1 – Pack your bags and fly to Beechworth, a historic town in northeastern Victoria, Australia, famous for its stunning growth during the gold rush days of the mid-1850s.
2 – Load everything into your car and after 50 minutes highway from Milano, Torino, Genova or from Milan airport Malpensa come to Quattordio, in the Monferrato gravel jewel, where the two-wheeled party will continue on Sunday 4th September.
In both cases it will be an unforgettable weekend for gravel bike enthusiasts (but also bicistoriche and vintage, mtb and e-bike)
We will keep you posted. In the meantime, a word to the wise …
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6/a La Monsterrato: 3-4 settembre 2022

La 6/a edizione della Monsterrato-Strade Bianche Monferrato è in programma il 3 e 4 settembre 2022 con partenza ed arrivo a Quattordio. Sabato 3 giornata speciale dedicata alle gravel bikes

The 6th edition of the Monsterrato-Strade Bianche Monferrato is scheduled for 3 and 4 September 2022 with departure and arrival in Quattordio. Saturday 3rd special day dedicated to gravel bikes

Info www.lamonsterrato.it
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L’ABITO NON FA IL MONACO, LE SCARPE SI’

L’ABITO NON FA IL MONACO, LE SCARPE SI’ (PARTE 2/a)

Racconti dal Monferrato cuore gravel

“Calma, calma ragazzi, va tutto bene, tutto bene”,. bisbigliò d’istinto Stefano Arnaboldi. Anche se non andava affatto tutto bene. “Sì, sì, tutto ok – gli rispose lo spilungone magro e pelato che indossava un camice bianco chiazzato di sangue e in quel momento gli abbagliava gli occhi studiandoli con una piccola torcia – Ci pensiamo noi. Stia tranquillo e soprattutto resti fermo, la stiamo stabilizzando. Poi ci facciamo un giretto al Pronto Soccorso per rimetterla a nuovo”. Malgrado la situazione delicata, la voce dello spilungone era serena, rassicurante. Il marchio dell’esperienza: quante volte in passato quelle parole si erano rivelate pietose bugie?. Anche se alternava momenti on ad altri off – come se si assopisse – poco alla volta Stefano riprendeva sempre meglio piena conoscenza e padronanza di se stesso. Sentiva le voci di chi lo circondava. iniziava a mettere a fuoco le immagini, La serenità dello spilungone (seppe poi essere il capopattuglia, medico rianimatore dell’equipaggio) gli permetteva di percepire nel team che lo stava assistendo una collaudata professionalità. Ma anche fretta, grande fretta, e un po’ di agitazione – per non dire timore. Temevano per lui, per il suo respiro ancora troppo debole, per quel suo accendersi e spegnersi, per le insidie di qualche lesione interna.

IL BALLETTO Quell’equipaggio si trovava a fare i conti con una sfida per la vita quasi ad ogni uscita, l’esito non era sempre felice. Ma col tempo si fa il callo a tutto. In quei momenti decisivi pensavano solo alla velocità e alla precisione dell’intervento, si muovevano tutti in sincronia, quasi fosse un balletto ormai interpretato a memoria. Stefano era pieno di fili e cannule infilate sottopelle. Soffriva per un dolore sordo e pieno alla gamba destra, come se si stesse staccando dal corpo. Non osava guardare. Mise a fuoco un po’ a fatica la figura di quell’uomo alto e magro, chinato su di lui, che si stava occupando proprio della gamba. Un altro operatore teneva in alto la bottiglia per la flebo. La barella infilata e richiusa sotto il suo corpo era rigida, gambe, braccia e collo immobilizzati. Lo infastidiva il tutore in plastica che gli bloccava collo e testa. Respirava a fatica e gli misero la mascherina per l’ossigeno. Poi sentì la barella che lo accoglieva alzarsi dolcemente e dopo qualche secondo si ritrovò all’interno di un piccolo locale, zeppo di attrezzature mediche che gli parve quello di un’ambulanza. Quando iniziò a sentire le pale girare, prima piano poi sempre più velocemente, capì che si trovava su una elicottero: era intervenuta l’eliambulanza.

LA PELLACCIA Nel trambusto, malgrado testa e collo fossero bloccati, aveva notato poco lontano un lenzuolo verde steso sull’asfalto, sporcato da vistose macchie scure che si andavano allargando. Scuri anche i rivoli di sangue che scorrevano fuori dal lato sinistro del telo e che disegnavano sull’asfalto un tragico disegno. Chissà, un colpo di sonno, un malore, una foratura: l’autista della Panda, l’altra vettura coinvolta nello schianto, non ce l’aveva fatta. Le lesioni erano tali che la morte era sopravvenuta probabilmente sul colpo. “Lei invece ha la pellaccia bella dura, è?”, sorrise il dottor spilungone vestito d’arancione stringendo con vigore le mani di Stefano. Quanto valgono in quei momenti un sorriso, una stretta di mano, un cenno di conforto e rassicurazione? “VeronaMonza 21 da Falco 4 – comunicò via radio una dei 2 piloti – ci stiamo alzando da Arluno. Il ferito è cosciente a tratti e stabilizzato. Ha perso molto sangue dalla gamba destra, frattura scomposta esposta di tibia e perone. Non si escludono lesioni interne. Atterraggio all’ospedale Sacco previsto tra 7 minuti”. Il rumore dell’elicottero era famigliare a Stefano. Quanti viaggi aveva fatto partendo da Milano? Quante volte quelle pale lo avevano fatto volare a Torino, Venezia, Firenze. Bologna, Roma, Trento, Cortina, Portofino, per concludere un affare o per un a giornata sugli sci? Questa volta quelle pale dal movimento così amico giravano vorticosamente aggrappate al cielo per salvargli la vita.

SCIOCCHEZZE Cinque giorni erano passati da quella notte tremenda e miracolosa. Finita bene per Stefano. La frattura di tibia e perone della gamba destra era stata ricomposta, così come un’altra frattura al polso destro. “Sciocchezze”, avrebbe sentenziato un estraneo osservando quel che era rimasto di una irriconoscibile Maserati probabilmente gialla, pronta per la demolizione, una volta ultimate le valutazioni della Polstrada. Proprio la scocca della fuoriserie aveva peraltro regalato a Stefano il miracolo della vita. Miracolo non riuscito per il conducente dell’altro mezzo, la cui autopsia avrebbe poi rivelato la presenza nel sangue di un tasso alcolico molto alto. Cinque giorni d’ospedale, con ferite tutto sommato leggere, eppure…. eppure Stefano covava una sensazione strana, come se qualcosa dentro di sé si fosse rotto, come se la sua vita dovesse per forza di cose cambiare. Non provava paura, cercava solo di immaginarsi in una nuova dimensione. La Maserati MC24? – pensava – Se la sarebbe ricomperata. Non avrebbe più potuto andare in bici? Peccato…. ma c’era il telescopio usato così poco per sfogare la passione per il cosmo stando fermo su una comoda sedia. E il cielo buio del Monferrato era lì apposta. Poi c’era anche il trenino elettrico – rigorosamente Marklin – retaggio dei sogni da bambino con il naso schiacciato sulle vetrina di quel negozio di giocattoli appena fuori scuola: adesso poteva permettersi di acquistarlo, di pagare chi gli costruisse uno spettacolare plastico. Stefano si era calato, chissà poi perchè, in un’altra dimensione, convinto che non tutto sarebbe tornato come prima di quel terribile schianto. Anche se c’erano gli occhi di Susanna: aveva già saputo, dai giornali?

IL LACCIO La sesta notte d’ospedale, la prima trascorsa fuori dalla rianimazione, fu particolarmente agitata. Tanto che il medico di guardia notturna decise di prescrivergli una flebo con un po’ di antidolorifico e sedativo. Quel ragazzino in camice bianco, probabilmente stagista o fresco di scuola che stava provando invano a trovargli la vena, decise di cambiare braccio. Ma quando sentì il laccio emostatico stringersi attorno all’avambraccio sinistro, Stefano provò subito una sensazione strana, iniziò a sudare, poi vide tutto bianco e nero, poi solo nero. Infine più nulla. Tornò in sè una quarto d’ora dopo mentre tre infermiere coordinate da una dottoressa spingevano correndo il letto a ruote con lui disteso sopra verso la sala TAC, due piani più sotto, per un delicato controllo cerebrale. Un quarto infermiere, che trotterellava di fianco al lettino, gli praticava di tanto in tanto un massaggio cardiaco volante, gli dava degli sberlotti in faccia continuando a chiamarlo per nome; “Stefano, Stefano, Stefano….” La dottoressa, in realtà capo dello staff dei rianimatori, di turno proprio quella notte che ormai stava lasciando spazio all’alba, si muoveva tranquilla e padrona di se stessa, impartiva ordini con calma glaciale. Le infermiere no, loro erano agitate. Una in particolare, quella che sembrava la più anziana, continuava a strillare “guarda che occhi, questo se ne sta andando….se ne sta andando!”.

LA CAROTIDE Stefano sentiva, capiva e vedeva tutto ma non riusciva a comunicare, neanche un piccolo cenno. Ma solo mentre, terminato l’esame, lo portavano sempre correndo verso la vicina stroke unit si accorse di non percepire più nulla della parte sinistra del suo corpo. Nulla del braccio, nulla di gamba e piede. Come non esistessero più. “Subito un’ambulanza e un infermiere rianimatore con me, andiamo a Niguarda per provare con lo stent”, ordinò perentoria la dottoressa. Che poi, e Stefano sentiva sempre tutto, al collega della neuroradiologia interventistica del Niguarda all’altro capo del telefonino aggiunse; “Abbiamo una dissecazione dii carotide destra con emiparesi sinistra. Paziente fuori coscienza. Stiamo arrivando. La vedo critica”. Questa volta il linguaggio del suo corpo era meno calmo. La voce più tesa

Diritti riservati

di Claudio Luigi Bagni
(2 – continua)
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L’ABITO NON FA IL MONACO. LE SCARPE SI’ (PARTE 1/a)

Il sole basso del tramonto ormai avanzato allunga le ombre sui bordi della strada che da cent’anni accompagna da Asti ad Alessandria i viandanti con il loro carico di pensieri, paure, sogni. Laggiù, il profilo delle prime case di Quattordio, e un’alta costruzione che da lontano pareva una torre, annunciavano la fine di un rettilineo che si era allungato per chilometri in un susseguirsi di leggeri saliscendi. Fu allora che il conducente del trattore appena volato via “da quel diaul” notò accendersi i freni della Maserati MC20. Stefano Arnaboldi, nato 56 anni prima all’estrema periferia di Milano in una casa di ringhiera senza servizi e riscaldata a carbone, guidava con piacere e sottile orgoglio quella fuoriserie. Salirci sopra, gli dava ogni volta la conferma di avercela fatta. Potere di una Maserati, nera come il suo umore dopo quel viaggio di lavoro nelle Langhe. Stefano Arnaboldi, occhi azzurri, lineamenti ben squadrati, curava con impegno ed orgoglio il fisico atletico da ex campione ben noto anni prima alle cronache sportive. Aveva i capelli rasati a zero ogni mattina con la lametta, come solitamente fa chi non tollera neppure un accenno di calvizie. E il pizzetto appena disegnato sul volto. Era infuriato, non accettava che un affare saltasse. “Mi basterà aspettare un po’, verranno loro a cercarmi”, rimurginava tra sé Stefano. Un attimo dopo la sua attenzione era attratta solo dalla macchia rossa di un cartello azzurro, al bordo destro della Provinciale. Malgrado il sole fosse sempre più basso, man mano che si avvicinava i contorni di quella macchia e di quel cartello diventavano chiari. “La Monsterrato-Strade Bianche Monferrato”, c’era scritto sul cartello. E la macchia rosa altro non era che la sagoma di un corridore degli anni eroici. Quando la Maserati MC20 rispose sgommando all’energico colpo sull’acceleratore, Stefano Arnaboldi aveva dimenticato l’umore nero, pensava solo a quando sarebbe potuto tornare a Quattordio per pedalare con la fida gravel su quelle strade bianche. “Da Milano sono qui in mezzora, basta un pomeriggio libero…”, rifletteva affondando ancor più sull’acceleratore la suola delle Santoni Limited Croco da 3600 euro. Sì, perché – come spesso ripeteva agli amici più intimi – “l’abito non fa il monaco ma le scarpe sì”

CHIMERA – Due mesi erano trascorsi e quel “pomeriggio libero” da facile opportunità pareva diventato chimera. “Le chiedono se può rinviare l’appuntamento a giovedì prossimo”, gli comunicò al telefono la segretaria quella mattina di fine novembre. Stefano aveva già pronta la ventiquattrore per il volo Alitalia delle 10,10 che dopo 65 minuti l’avrebbe scaricato a Londra. Il primo moto di disappunto si sciolse in un sorriso. Pochi minuti e stava sganciando le ruote della sua gravel bike per poterla caricare nell’ampio baule della Range Rover, l’auto un po’ datata ma perfettamente tenuta che aveva preferito usare per l’occasione. Come confermava il Rolex GMT Master Ice, cinquantadue minuti dopo aver avviato il motore del box dell’elegante suite milanese in zona San Siro, Stefano entrava in sella alla gravel nel cortile di un antico palazzo di Quattordio. La sua attenzione fu richiamata dall’insegna bianca e rossa che incorniciava una porta a vetri: “Monsterrato Point”. Un cartello moderno, realizzato però con materiale, stile e caratteri vintage. Fissata la gravel alla rastrelliera, Stefano si avvicinò alla porta e il vetro si aprì automaticamente. Varcata la soglia, osservò con interessa quel pianoforte antico, impreziosito da due candelabri fissati sulla cassa armonica. E il quadro ottocentesco che ritraeva una nobildonna locale, che poi scoprì essere stata tanto ricca quanto generosa. Sul lato opposto, dietro un banco, una signorina discuteva animatamente al telefono. Susanna, questo il nome di quella ragazzona capace di parlare 3 lingue e di lavorare tra le vigne e la stalla di famiglia, stava definendo nei dettagli la trasferta in Monferrato di un gruppo di ciclisti toscani. Stefano aspettò il proprio turno. E pochi minuti dopo, caricava sul computerino della bici la traccia satellitare di un percorso da 110 km, non prima però di aver ripiegato accuratamente il foglio che riportava punti di interesse, bar e ristoranti presenti sul tracciato, numeri da chiamare per l’assistenza meccanica e sanitaria. A Stefano non bastava: chiese a Susanna se fosse possibile essere scortato da una vettura di assistenza e da una guida ufficiale Monsterrato, come riportato sul depliant. “Vede? Qui c’è scritto che la vettura di assistenza va prenotata in anticipo”, gli sorrise la Susanna con un tono cortese ma deciso, che non ammetteva repliche. Stefano salutò, avviò la traccia satellitare caricata sul computerino, e si allontanò per imboccare la strada bianca che costeggiava la ferrovia in direzione Cerro Tanaro. Qui, appuntamento al Museo della Bicicletta Sarachet, lo attendeva Tino, guida ufficiale Monsterrato che – per uno di quegli scherzi del destino che possono decidere il futuro – proprio quella mattina aveva potuto rispondere “sì” alla chiamata last minute di Susanna. Tino conosceva come le proprie tasche ogni anfratto del Monferrato tra Asti e Casale; castelli, cascinali, monumenti e antichi borghi non avevano per lui segreti. Qualche anno prima era stato una promessa della mountain bike italiana: aveva sacrificato le ambizioni agonistiche all’impegno richiesto dal vitigno e dalle mucche dell’impresa agricola di famiglia a Refrancore. O meglio, così sussurravano gli amici, così aveva deciso seppur a malincuore per evitare le sfuriate che il padre Tista gli riservava ad ogni trasferta e ad ogni ritorno, con minaccia più volte ribadita di gettare nel Tanaro quella “maledetta bici”. La bicicletta restava comunque al centro della vita di Tino, che aveva intuito dall’inizio l’importanza di quella Monsterrato e di questo nuovo lavoro. Conosceva perfettamente l’inglese e stava studiando per migliorare il suo tedesco. Dal Nord Europa – Germania, Olanda, Danimarca e Svezia – provenivano infatti gran parte dei cicloturisti con i quali aveva lavorato negli ultimi mesi; quasi tutti portati alla scoperta del Monferrato dalla VenTo, la ciclabile che unisce Torino a Venezia costeggiando il Po, finalmente completata e ora formidabile motore per il cicloturismo. I Comuni più illuminati e alcuni operatori privati avevano intuito le potenzialità di quella pista ciclabile, collegata a nord alle grandi ciclovie europee: così sulla VenTo tra la confluenza del Tanaro nel Po e Casale, erano spuntati cartelli turistici che, come in un’uscita autostradale, invitavano i cicloviandanti ad esplorare le colline dell’entroterra, patrimonio dell’Umanità Unesco. Una patente splendida, finalmente valorizzata

FLEMMATICO – Dopo una vigorosa stretta di mano e i reciproci complimenti per le rispettive bici, i due iniziarono a discutere. Stefano atletico, quasi statuario, flemmatico; Tino piccolo e mingherlino, in apparenza tutto nervi: così diversi, sarebbero andati d’accordo? Tino volle sapere livello di allenamento di Stefano e le sue aspettative per quella pedalata. L’avrebbe scortato fino a quella salita breve ma ripida, che sembrava impennarsi verso il cielo? Più opportuno optare un classico mangia-e-bevi collinare? O meglio scegliere le strade bianche pianeggianti della bassa? Era il primo quesito da chiarire, quello decisivo per la buona riuscita della mattinata. Stefano dedicava quasi tutto il tempo libero al ciclismo, l’unico sport che – evitando la battuta sul terreno – potevano sopportare le sue ginocchia, quella di sinistra in particolare, duramente provate da una carriera agonistica eccezionale per il conto in banca malgrado troppi infortuni l’avessero penalizzata. Un gruzzolo investito con buoni risultati nel settore dell’attrezzatura per palestre e dell’abbigliamento sportivo. C’era sempre da lottare. Come del resto succede in bici. La recente morte di un caro amico, travolto da un Tir mentre pedalava in Brianza, lo aveva provato. Per qualche mese non era riuscito a guardare la bici. Poi un sabato a Milano, fermo in coda ad un semaforo rosso, gli era caduto l’occhio su quella bicicletta che campeggiava nella vetrina del negozio a lato. Sembrava una bici da corsa, ma aveva qualcosa di strano. Accostò nel primo parcheggio libero. “E’ una gravel bike, ne stiamo vendendo moltissime – gli spiegò il commesso del negozio di bici – Come vede, il telaio ha una geometria corsaiola, ma è costruito in modo da poter ospitare ruote con gomme più ampie. Un ibrido tra bici da corsa e mountain bike: permette di fare velocità sull’asfalto ma soprattutto di affrontare le strade bianche. Con tutti gli incidenti che si sentono ogni giorno, sempre più ciclisti optano su pedalare su circuiti protetti, le strade bianche sono tornare un must”. Ovviamente, quel commesso tolse subito dopo dalla vetrina la gravel arancione che finì nel box dell’Arnaboldi. A distanza di alcuni mesi dall’acquisto che l’aveva soddisfatto, Stefano inforcava ora quel gioiellino di gravel nuova di pacca, preparato su misura dal figlio del noto telaista di Cusano Milanino. Anche a Stefano le strade bianche davano sicurezza. Una sensazione piacevole che si mescolava ad un affascinante senso di libertà. Quella macchia rossa sul cartello azzurro di Quattordio gli aveva aperto nuovi orizzonti. Aveva scoperto che “strade bianche” non significava solo Toscana, che a 50 minuti da Milano lo aspettava un eldorado di quel mondo agreste. Era deciso a scoprirlo. Voleva capire se era fatto per lui._

GALLI E CAPPONI – La discussione tra Stefano e Tino sul percorso da scegliere fu brevissima, e i due puntarono su un percorso collinare senza strappi troppo duri. Di fronte a qualcosa che non conosceva, Stefano aveva sempre un approccio soft: troppe volte nello sport aveva visto galletti fare le fine del cappone, non voleva che quella figuraccia toccasse a lui. Tino aveva apprezzato l’approccio di Stefano, aveva intuito che la prudenza di quel cliente era persino eccessiva. Quante volte gli era capitato di portare tra quelle colline dolci e tremende clienti spavaldi, partiti a razzo, che poi aveva dovuto spingere per tornare alla base? “Questa volta non succederà”, pensò tra sé Tino. La sua sensibilità naturale, terraiola, gli aveva fatto capire che sarebbe nato un buon feeling. Era deciso a dare a quel cliente rispettoso il meglio della sua professionalità di guida cicloturistica riconosciuta dalla Regione Piemonte. Bastarono pochi chilometri e Stefano pendeva dalle gambe e dalla lingua di Tino. Assorbiva come una spugna i racconti di quella guida che gli pareva così strana eppure lo affascinava. Con passare dei chilometri, Tino raccontava tutto ciò che sapeva, forse anche qualcosa in più. Tutte le battaglie combattute nel medioevo attorno a quel castello sulla sinistra, il miracolo avvenuto in quel vigneto più avanti, il palazzo su quella collina dove Vittorio Emanuele II riposava tra le braccia della Bella Rosin dopo estenuanti battute di caccia, il cascinale diroccato dove qualche anno prima era stato scoperto un arsenale della 1/a Guerra d’Indipendenza (baionette, munizioni e divise ora esposte in una bacheca comunale che però nessuno conosce), quel strada bianca dove – secondo la leggenda – è ancora nascosto il tesoro del Pustion, il brigante che rubava ai ricchi per dare ai poveri, anche se forse non era proprio così. Con lo scorrere dei chilometri, Stefano era sempre più stupito, quasi ipnotizzato da quello che vedeva e dai racconti di Tino. Dove l’avevano nascosta finora – si chiedeva – quella terra affascinante e sorprendente? Sotto le sue ruota stava succedendo qualcosa di eccezionale. Tutto cambiava. Dal corso regale del Po alle acque orgogliose del Tanaro; dalle strade bianche che costeggiano i canali della fertile Bassa alle mulattiere in collina; dal Carnaroli alle vigne di Barbera, Grignolino, Nebbiolo e Ruchè; dalle cicogne ai falchi, dagli aironi alle poiane, dalle rane ai cinghiali e caprioli; dalle baracche dei pescatori alle baite di tufo; dagli sterrati tra i canneti della ciclovia VENTO nel parco Aree Protette Po vercellese-alessandrino (paradiso del birdwatching), ai tornanti che si arrampicano in collina verso castelli e borghi medievali; dai chiodini ai tartufi; dai pergolati agli Infernot; da Carlo Carrà a Cristoforo Colombo. Sotto le ruote e davanti agli occhi di Stefano, sempre più sorpreso, il paesaggio mutava in modo radicale, spettacolare, drammatico. Era sincero l’abbraccio con cui Stefano salutò Tino, che dopo 4 ore dovette scendere dalla bici per tornare al lavoro in cascina. Stefano si sentiva ancora fresco. L’approccio soft alla pedalata gli aveva permesse di conservare energie. Decise quindi di pedalare ancora un po’ seguendo le ultime indicazioni di Tino, con il quale – così si erano accordati – avrebbe cenato quella sera in trattoria

LA SIGNORA DI GRANA – “Sì, sono del posto. Ma a lei che cosa interessa!”. Mostrava la faccia più aggressiva quell’esile, piccola signora del Monferrato sull’ottantina che stava camminando rasente al muro su un acciottolato in salita a Grana. Quasi affondava dentro una vestaglia da lavoro che una volta doveva essere azzurra e che le scendeva fino alle ginocchia, lasciando scoperto in basso il risvolto di pantaloni fiorati. Ai piedi sandali strapazzati dalla vita, sulla testa un improbabile cappello di paglia che lasciava scoperti ciuffi di capelli grigi. “Mi saprebbe dire quale, tra quelle laggiù, è la strada sterrata che porta a Grazzano Badoglio?”, le chiese Stefano, che era riuscito a perdersi in quel dedalo di strade bianche, inventando il più dolce dei sorrisi. Il volto della signora del Monferrato si distese, aprendosi in un’espressione divertita e interessata. E gli occhi verdastri, poco più che fessure, diventare dolci. Venti minuti dopo, quando la salutava, Stefano aveva assorbito i discorsi entusiasti della signora. Che gli aveva raccontato come quella strada le ricordasse gli anni dell’infanzia, quando poco più che bambina la percorreva gerla in spalla per raggiungere papà e fratelli nella vigna. “Sa, adesso sono rimasta sola”. Prima di svoltare sullo sterrato, Stefano si girò un’ultima volta: quella signora stava agitando qua e là il braccio teso in alto, il suo saluto. “Se questo è il Monferrato – pensò tra sé Stefano – se questo è il carattere della sua gente, nulla di tutto ciò può andare perduto. Dove hanno nascosto finora questa terra?”

TOCCARE LE STELLE – Stefano aveva guidato su per quella mulattiera di collina, in una notte buia con le stelle così brillanti che pareva di poterle afferrare sporgendosi dal vetro abbassato. Saliva quasi con timore sul quel fondo sconnesso che anche la Range Rover sembrava non gradire. Poi la strada si allargò, comparvero le sagome di alcune case e di un campanile. Infine la piazza dove Tino lo stava aspettando, poggiato al pick up così coperto da fango e polvere che il bianco della carrozzeria si intuiva a malapena. Dall’altro capo della piazzetta, vicino ad un ufficio postale, il minuscolo ingresso al bar-tabacchi. Quasi un pertugio, sovrastato dal marchio del telefono e dall’insegna senza illuminazione con una piccola scritta a semiarco dai caratteri blu: da Corinto. “Ma questo, dove mi ha portato?” pensava Stefano osservando la fioca luce al neon che illuminava l’ingresso, il bancone del bar occupato da bicchieri e bottiglie ed il lavello pieno di bicchieri sporchi. Scostando la fila di lunghe treccine di spugna che dal soffitto dove erano appese raggiungevano il pavimento in cotto, un secondo ingresso portava alla sala da pranzo dominata dal camino acceso, con una decina di tavoli protetti da linde tovaglie a quadretti biancorossi. A fianco del camino, un suonatore allargava e stringeva la fisarmonica intrattenendo i presenti. Classica serata di metà settimana, da vivere tra amici del posto, senza l’impiccio di torinesi o, peggio, milanesi. “Non preoccupatevi – raccomanderà la settimana dopo Stefano agli amici invitati in quella trattoria – E’ uno di quei posti dove non entrereste mai e da dove poi non vorreste più uscire”.

IL RE DELL’AGNOLOTTO – Corinto, conosciuto nella zona come il Re dell’Agnolotto o – secondo altri – il generale della Finanziera, portò uno dopo l’altra una decina di piatti preparati in cucina dalla Cesarina, moglie affettuosa quanto paziente. Una sequenza dai gusti esaltanti. Stefano e Tino si trovavano bene tra di loro e in quella trattoria. Parlarono del più e del meno, non solo di ciclismo e strade bianche. Ma quando la Cesarina portò la bottiglia d’amaro, Stefano venne attratto dalle parole di due vecchi contadini del posto, che già da un po’ discutevano davanti a un calice di rosso. “L’hanno visto anche la scorsa settimana nel campo del Tai”, assicurava all’altro il tizio con i baffoni. Stefano diede un’occhiata interrogativa a Tino, che rispose con un gesto della mano come volesse parlargliene dopo. Stefano però non riusciva a staccare l’orecchio da quei discorsi che troppo lo stupivano. I due amici contadini parlavano del famoso navigatore che, nel 1451 sarebbe nato proprio tra quelle colline, in un casale di proprietà della famiglia genovese. O meglio, discorrevano del suo fantasma. L’avrebbero visto quasi sempre alla stessa ora, solitario e irraggiungibile nelle ombre del primo tramonto. L’avrebbero intravisto da molto lontano, un uomo dal portamento orgoglioso, avvolto in un’elegante mantella nera, in testa un cappello a larghe tese scure. L’avrebbero visto camminare lento tra i prati che circondano quel borgo medievale lontano da sentieri battuti, come eroso da un fuoco che gli impedisca di fermarsi, di trovare finalmente pace. Un fuoco che gli impone il viaggio eterno. Stefano dovette guardare il fuoco nel camino per tornare alla realtà. “Accadrebbe da tempi immemorabili – spiegava Tino una volta usciti dal locale -. Appare e subito scompare. Solo una volta, l’hanno visto fermarsi un attimo in cima alla collina che domina la vallata, fissando con occhi febbrili l’orizzonte a Sud, verso le Alpi Liguri. L’avrebbero visto alzare le narici quasi a voler catturare il profumo salmastro che a tratti sale fino a qui dal Mar Ligure, il suo mare. Nessuno è mai riuscito ad avvicinarlo, tantomeno a parlargli. Comunque, non chiedere qualcosa mai qualcosa su quell’uomo misterioso. “Ma quale fantasma, sono baggianate che ci raccontiamo per passare il tempo”, aveva risposto poco prima l’uomo dai baffoni alla domanda di Stefano, sempre più affascinato e stupito. Ma in quella fredda serata novembrina, mentre Stefano e Tino salivano in macchina, il baffone e l’amico girarono la testa per un rapido colpo d’occhio. Sicuri che non ci fossero più orecchie indiscrete, coccolati dal suono di una fisarmonica e con gli occhi che specchiavano le fiamme accese nel camino, il baffone domandò all’altro: “Dì, ieri sera l’hai visto anche tu?”

TROPPO TARDI Erano le 2,30 del mattino quando una Maserati MC20 nera entrava in autostrada a Casale Sud. Era stata una splendida giornata di bicicletta sulle strade bianche. E il sorriso della Susanna… così dolce e forte…. Quello iniziava a non andar mai via dalla sua testa. Per fortuna non c’era un filo di nebbia e Stefano spinse sull’accelleratore. E mentre quel bolide volava verso Milano lui pensava a quando sarebbe potuto tornare. Si augurava che il Tino, che già considerava come un amico di vecchia data, lo informasse all’indomani su quel cascinale in vendita che tanto gli sarebbe piaciuto ristrutturare. Stava ormai superando il casello di Arluno quando gli una luce verde comparì all’improvviso in mezzo alla careggiata. Non riuscì neppure a toccare il freno. Poi intorno fu solo il silenzio…..

di Claudio Luigi Bagni

(continua)

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La Contessa Barbera

LA CONTESSA BARBERA (racconti dal Monferrato cuore gravel)

“Tires su da quel tavulin lì, Barbera! Al telefono c’era il Franco, lei è appena atterrata alla Malpensa. Il tempo di sistemarla e tra un’oretta,. massimo due, sono qui. Ma, ci pensi…., te ghe penset Barbera?…L’è turnada la Contessa!”

DIAVOLERIE BIANCHE Adele Chiriotti, milanese di nascita, proprietaria ed anima del Bar Tris nel cuore del Monferrato vero, due vetrine vecchio stile sul periferico viale Neruda che dall’altro lato ospita l’ingresso dell’allevamento di cavalli purosangue Semper Fidelis, era corsa dalla cucina alla stanza del bar dopo aver riattaccato con insolita energia la cornetta al vecchio telefono nero a muro. Finchè funzionava, non ne voleva sapere di quelle nuove diavolerie bianche dai tasti dove “se capìs nagòt”. Qualche giorno prima, anzi, aveva litigato con il tecnico-cliente-amico della Stipel che voleva a tutti i costi cambiarglielo. Adele, donnino sulla settantina dal carattere forte e spigoloso come i lineamenti del volto incastonato da un caschetto di capelli ormai grigio, pareva infervorata. parlando a voce alta e concitata a quell’omettino mezzo addormentato, stravaccato sul tavolo all’angolo più lontano del locale, il suo solito, con un bicchiere di rosso dal quale centellinava il fondo ed il calice da mezzo litro che un’oretta prima era pieno. Avrebbe potuto essere messo ubriaco, a quell’ora del pomeriggio quasi sempre lo era. Ma mai al punto da perdere la lucidità felina.

MISTERIOSA SIMBIOSI “Quando lei ti vedrà in queste condizioni – e l’Adele calcò ancora di più il timbro della voce su quel “lei”, come parlasse di una persona davvero importante – non ti riconoscerà. Oppure penserà che sei diventato una bestia, e sai che lei le odia”. Con una eccezione: Roccia, quel bestione, un pastore bergamasco dal mantello nero con boccoli alla rasta, un pelaccio folto così – spesso puzzolente a seconda di dove andava a ficcarsi- che lasciava intravvedevano a fatica gli occhi più neri ancora del pelo e la rossa lingua penzoloni. Lei e Roccia erano cresciuti insieme, si cercavano come legati da una misteriosa simbiosi. Quando lei non era in trasferta, la notte dormivano fianco a fianco. O meglio, lui dormiva disteso sulla soglia della stanza dell’amica, un occhio sempre aperto. come volesse, dovesse proteggerla da tutto e tutti. Come se lei, grande cinque volte tanto.- e con quel caratterino da maschiaccio – ne avesse bisogno.La Contessa e Roccia erano cresciuti insieme, erano diventati inseparabili. Da 3 anni ormai lei era partita, eppure ogni giorno Roccia passava con la tipica andatura al trotto davanti all’appartamento della sua amica, lasciato rigorosamente vuoto e tenuto sempre lindo. Pronto. Tutte le volte si fermava un attimo lì davanti , aspettando – chissà – di vederla spuntare come in mille altre occasioni. Ormai era un rituale quotidiano. “La ghè no, Roccia, non c’è”, lo apostrofava spesso Pino. lo stalliere zoppo responsabile di quell’ala delle scuderie. Il calcione di un vecchio purosangue grigio, un broccone irascibile e incattivito dal doversi spaccare i tendini nelle corse ad ostacoli, gli aveva spappolato un ginocchio mettendo fine sul nascere alla promettente carriera di fantino. Il vecchio purosangue grigio aveva poco dopo finito la sua corsa sul bancone di un macelleria equina, il Pino si era inventato quel nuovo lavoro grazie anche alla generosità dei Conti Branca, allora proprietari dell’allevamento. “Chissà vecchio mio – aggiungeva a volte il Pino parlando con Roccia -, magari prima che io e te tiriamo le cuoia ci capiterà di poterla riabbracciare, ci pensi?” E nel dire queste parole, lo sguardo di Pino sfuggiva sempre verso la foto di lei, la Contessai, attaccata al cancelletto. E tutte le volte si commuoveva, fino alla lacrime E se quel modo di muovere le orecchie di un pastore bergamasco nascondeva il pianto, c’era da scommettere che piangeva anche Roccia. Partendo a sorpresa per l’America, la Contessa aveva lasciato un vuoto amaro, doloroso. E il trascorrere del tempo non aveva attenuato la nostalgia di chi le aveva vissuto accanto, di chi aveva diviso con lei gioie e delusioni.

LE BIZZE Scosso per il bavero dall’Adele, Bartolomeo Berazzani, ora conosciuto come Bar-Bera, 148 centimetri di bassezza per un peso forma di 42 chili, fantino popolare fino a 4 anni prima negli ippodromi con il nomignolo di Meo, si alzò a fatica e barcollando si diresse verso l’uscita del bar. “Che cosa vuoi che me ne freghi se adesso ritorna – bofonchiò l’omettimo dai capelli neri corti e radi, gli occhietti spiritati a fessura, il naso sottile ma lungo e la bocca appena accennata, come un tratto di matita, trasandato dalla camicia sporca e dalla barba di tre giorni – Quella stronza e le sue bizze mi hanno rovinato… proprio a un poveretto come me”. “La vita te la sei rovinata con le tue manine – lo contraddisse subito l’Adele – . Le tue manine e quella principessa che ti voleva così bene da mangiarti via tutti i soldi. Vai via che mi vegn el nervus. E stai attento alle macchine che l’altro giorno hanno tirato sotto l’Augusto. Ti aspetto alle 8, stasera minestrone”.

LA TENTAZIONE 4-14-20-24: gli orari che da 4 anni scandivano la vita di “Bar-Bera” Bartolomeo Berazzani, . Alle 4 in piedi per qualche lavoretto in scuderia, alle 14 al bar del’Adele per il mezzo di Barbera, alle 20 la cena misericordiosamente offerta dall’Adele, a mezzanotte a letto sul pagliericcio di una scuderia, che tanto il fieno tiene caldo anche d’inverno, basta buttarcisi sotto. Di buono. a volerlo proprio cercare, c’era che la dieta spartana (oltre che gratis) gli aveva permesso di mantenere quasi il peso forma . “Se ti allenassi e bevessi un po’ di meno potresti tornare a fare qualche monta “, gli aveva stranamente detto quella mattima il Pino. Ma Berazzani, tormentato spesso dalla tentazione di farla finita, neppure ci pensava. I tempi del “Ma vieni Maeo!” urlato dalle tribune erano lontanissimi. E lui quella sera era talmente sbronzo che tornando nella suite con pagliericcio in scuderia non si accorse del nobile profilo sauro con la solita mascherina bianca sul muso e del vecchio Roccia che lo osservavano straniti da un box non più vuoto dopo anni.

SENSAZIONE Che cosa cosa stava per succedere all’allevamento Semper Fidelis e – chissà – nella vita di Bartolomeo Berazzani, una volta Meo ed oggi BarBera? E chi sarà mai questa Contessa?

di Claudio Luigi Bagni

(1 – continua)

Diritti riservati

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Voci e sussurri dalle strade della Monsterrato

La stagione del foliage sta cambiando colori, corpo ed anima al Monferrato. Prosegue invece una sorta di pellegrinaggio settimanale di cicloturisti con gravel e mtb sui nuovi percorsi della Monsterrato, che abbiamo reso pubblici nei giorni scorsi. E’ con grande piacere che riceviamo messaggi come quelli di Giuseppe Perotti e dei suoi amici cicloturisti:

“Buongiorno a tutti. Nella giornata di domenica abbiamo seguito la traccia Monsterrato del 2021 quasi totalmente perchè poi abbiamo un po’ fatto confusione, la traccia si sovrappone in più punti. Abbiamo comunque fatto 95 km, il percorso è stupendo, bellissime viste dall’alto. E complice la giornata bellissima ci siamo divertiti moltissimo . Il lunedì visto l’entusiasmo del giorno prima abbiamo seguito per 70% la traccia del 2020 prediligendo la zona ad est che non avevamo percorso il giorno prima, ovvero la campagna di #Valenza , #SanSalvatore etc. Bellissimo anche questo tracciato, piu gravel del primo. Comunque complimenti per le belle tracce”

In attesa del nuovo appuntamento 2022, la “Monsterrato tutto l’anno” sta quindi diventando una realtà sempre più tangibile. E con piacere ridiamo in allegato i link per lo scaricamento delle tracce GPX Monsterrato 2021 registrate con Garmin, percorribili liberamente senza però alcuna assistenza. Per ogni percorso ci sono 2 link:

Percorso Cuniolo Gerbi km 58:https://drive.google.com/…/1m2Qr6lIBM0vopnF…/view…https://www.dropbox.com/…/LaMonsterrato-CunioloGerbi…

Percorso Girardengo km 106:https://drive.google.com/…/1NKaBqGTut3Unhcc2j56…/view…https://www.dropbox.com/…/LaMonsterrato-Girardengo.gpx..

.Ricordiamo infine che, a richiesta ( info@bikecomedy.it ), possiamo trasmettere via facebook la traccia GPX del percorso 2019 di km 220

Buon divertimento

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