Voci e sussurri dalle strade della Monsterrato

La stagione del foliage sta cambiando colori, corpo ed anima al Monferrato. Prosegue invece una sorta di pellegrinaggio settimanale di cicloturisti con gravel e mtb sui nuovi percorsi della Monsterrato, che abbiamo reso pubblici nei giorni scorsi. E’ con grande piacere che riceviamo messaggi come quelli di Giuseppe Perotti e dei suoi amici cicloturisti:

“Buongiorno a tutti. Nella giornata di domenica abbiamo seguito la traccia Monsterrato del 2021 quasi totalmente perchè poi abbiamo un po’ fatto confusione, la traccia si sovrappone in più punti. Abbiamo comunque fatto 95 km, il percorso è stupendo, bellissime viste dall’alto. E complice la giornata bellissima ci siamo divertiti moltissimo . Il lunedì visto l’entusiasmo del giorno prima abbiamo seguito per 70% la traccia del 2020 prediligendo la zona ad est che non avevamo percorso il giorno prima, ovvero la campagna di #Valenza , #SanSalvatore etc. Bellissimo anche questo tracciato, piu gravel del primo. Comunque complimenti per le belle tracce”

In attesa del nuovo appuntamento 2022, la “Monsterrato tutto l’anno” sta quindi diventando una realtà sempre più tangibile. E con piacere ridiamo in allegato i link per lo scaricamento delle tracce GPX Monsterrato 2021 registrate con Garmin, percorribili liberamente senza però alcuna assistenza. Per ogni percorso ci sono 2 link:

Percorso Cuniolo Gerbi km 58:https://drive.google.com/…/1m2Qr6lIBM0vopnF…/view…https://www.dropbox.com/…/LaMonsterrato-CunioloGerbi…

Percorso Girardengo km 106:https://drive.google.com/…/1NKaBqGTut3Unhcc2j56…/view…https://www.dropbox.com/…/LaMonsterrato-Girardengo.gpx..

.Ricordiamo infine che, a richiesta ( info@bikecomedy.it ), possiamo trasmettere via facebook la traccia GPX del percorso 2019 di km 220

Buon divertimento

www.lamonsterrato.it #Monferrato, #Monsterrato, #foliage, #Gravel, #mtb, #emozioni#Garmin

Il Conte e la Finanziera

“Prima due testicoli di vitello, poi creste e bargigli del gallo. Quindi cervella, interiora, fegatini, altre frattaglie sotttomano, porcini sott’olio e un pizzico di zucchero. La Finanziera è questa, semplice, ma guai ad invertire l’ordine dei fattori”. E’ categorica la Rosa, giunonica settantenne dalla treccia nera arrotolata sulla nuca, madre-matrona della trattoria Nosaputei sul Bric del Foss, nel Basso Monferrato. In quella trattoria dal nome intimidatorio entra, e soprattutto ritorna, solo chi piace a lei e al suo immancabile gonnellone nero che arriva a sfiorare il pavimento.

MA DOVE MI HA MANDATO? Strabuzzi gli occhi all’ingresso del minuscolo borgo che si apre dopo l’ennesimo tornante di una salita sterrata che non finisce mai e che difatti è una dei tratti più temuti della Monsterrato: “Casebasse o Plera, frazione di Legavilla”, si legge sul cartello stradale a inizio paese. Come?! Sì, decidete voi quale tra i due nomi preferite per quel borgo di 87 anime (ultimo nato nell’87) accoccolato in cima al bricco. Poco cambia, tanto la postina dà del tu a tutti. “Ma dove Diavolo sono capitato,” pensò tra sè Luigi Lamberti, prima visita a quella trattoria Nasaputei della quale gli aveva parlato così bene l’amico Francesco, uno capace di appisolarsi sul tavolo tra la sesta e la settima portata, tutte onorate, eppure dal fisico quasi filiforme. Che rabbia per Luigi e la sua pancetta che deborda fin sui fianchi.

CAROLINE SOTTO LE GAMBE La libera di scelta tra Casebasse o Plera non vale certo nella trattoria Nosaputei della Rosa, la sala più lunga che larga un tempo scuderia di caccia di Vittorio Emanuele II, muri a mattoni scoperti e soffitto ad archi, cartoline ripiegate sotto le gambe dei 5 tavolacci per evitare che traballino troppo sul fondo sconnesso e calpestato di un cotto rosso sbiadito ma molto ben pulito, la cucina a vista. Rustica ma linda, il profumo nativo di fieno che trasuda dalle pareti senza un filo d’umidità. Qui dentro la Rosa decide tutto, a partire dal menù: c’è quello del venerdì, sempre lo stesso da decenni, quello del sabato e quello della domenica a pranzo, differenti solo nel dolce: bonèt o krumiri in budino di nocciole. Il resto della settimana, mercoledì chiuso, è aperto il barettino da Barbera, cordiali, scopone, sigarette e sale. Con la cabina telefonica pubblica tuttora frequentata.

PASSA PAROLA Dalla Rosa – la presentiamo così, ma non cercate l’insegna, fuori dal locali, nel cascinale basso con le tegola a barchetta, trovate solo la T di tabacchi e la rotella giallo sbiadita di un telefono – si arriva solo se annunciati e col passa parola. Nobili e contadini, santi e diavoli, miserie a nobiltà: per la Rosa tutti uguali, purchè dicano sempre “sì” e paghino il conto. Cerchia di clienti ristretta, fedelissima e selezionata negli anni dai modi spicci della padrona, adorabile o insopportabile, conforme. La Rosa aspetta che tutti gli ospiti siano a tavola prima di far partire il giro degli antipasti. Mancano solo il Luigi e la compagna Luisa, ex mannequin non più giovanissima ma sempre vistosa, dai capelli cosi biondi che paiono raggi di sole. Così entrando per ultimi e un po’ in ritardo – errore perdonato a chiunque solo la prima volta – si sentono addosso le occhiatacce di tutti: una famiglia con due adolescenti nel tavolo accanto, il gruppo di cacciatori là in fondo sotto l’arco, le quattro coppie di amici nell’ultima tavolata. Dentro i loro look accuratamente minimal, traditi solo dalle scarpe firmate, non fatichi a riconoscere, avvocati, manager, notai, imprenditori. Il sabato sono dalla Rosa, da lunedì li trovi al Cambio, da Bracco in Galleria o al Boeucc. Trattati tutti da Rosa alla stregua dell’Osvaldo, il settantenne fidanzato di una vita “che però dorme a casa sua perché io nel letto, la notte, non ho mai voluto nessuno”, cacciatore, trifolao e fornitore generoso e rassegnato di tutte le necessità della sua “Faraona”, come si ostina a chiamarla . Dalla quale si becca pure qualche vaffa. Come quell’altro sentito indirizzare al cliente che risale in macchina per sgommare verso chissà quale altro ristorante. “Vai dal Mazòn, vai!” lo ha apostrofato la Rosa. Di che cosa si era macchiato il malcapitato? Pretendeva di scegliere lui il menù?

IL FASCINI DEI CONTRASTI Tutto questo mondo, con le sue emozioni, i suoi sapori, i suoi contrasti, la sua umanità, ti sale in faccia con i profumi di quel piatto che la Rosa ci serve con orgoglio e sguardo indagatorio, accompagnato da una brocca del rosso Pisopo, la più recente creazione di Bernardo Lasarti. Sul piatto fondo e allungato, la Finanziera: macedonia degli scarti di cucina e delle parti più improbabili degli animali macellati. Per secoli piatto povero per eccellenza. Poi, circa metà Ottocento, “passò da qui un conte con gli occhialini piccoli, tondi e spesso appannati, assaggiò le frattaglie, pretese che bisnonno Corinto gli trascrivesse la ricetta”. Così a Torino la “macedonia” era molto gradita in certi localini del centro esclusivi dei signorotti. Molti vestivano la Finanziera, l’abito esclusivo in voga tra politici, nobili, banchieri e, appunto, finanzieri.Così prese ill nome impegnativo quel piatto dei poveretti, piatto ora gradito a tutti, perchè se piaceva al Conte non poteva che piacere a tutti. “Qualche mese dopo, tornando a sedere in quell’angolo là in fondo, il conte Camillo comandò a Corinto “voglio la Finanziera“. Avete capito quindi il perché quel nome altisonante? “Poi chi lo sa – conclude la Rosa allargando le braccione – così raccontavano nonna e mamma”.
Prima dei saluti, con la dovuta prudenza e dopo aver saldato il conto all’altezza dell’ex poverissima Finanziera e dell’abbinato Pisopo, la domanda che solleticava Luigi: “L’abbiamo sentita parlare prima con quel cliente…, sì…, dov’è questo Mazòn?”. “Boh! – ha tagliato corto la Rosa – pare sia un americano che porta i piatti a casa di tutti quelli che li ordinano”

di Claudio Luigi Bagni

(Tutti i diritti sono sono riservati)

Le vere sfide del cicloturismo

“Cosa meglio della bicicletta per riscoprire le bellezze dell’Italia ad una velocità che, più che lenta, è giusta per apprezzare un patrimonio storico artistico, naturale e – perchè no? – enogastronomico che non ha eguali al mondo”. Se lo chiede Pierangelo Soldavini in una interessante pagina de Il Sole 24 ore dedicata alle sfide del cicloturismo. Che sono sfide sportive ma anche economiche, per “non sprecare le nuove risorse che potranno permettere di completare ed unire le diverse tratte finora realizzate. L’obiettivo è quindi dare continuità di struttura alle venti ciclovie che innervano l’italia da Sud a Nord, di cui 4 collegate ai grandi corridoi europei Eurovelo”.

I SERVIZI ACCESSORI Obiettivo ineccepibile ma – precisa nello stesso articolo Sebastiano Venneri, responsabile turismo di Legambiente, “quella della infrastruttute non è la sola strada da percorrere: …. certo ci vogliono reti strutturate per soddisfare la domanda delle famiglie e di chi vuole viaggiare in totale tranquillità….. ma quello che manca veramente sono i servizi accessori: ristori, ciclofficine, servizi di emergenza e di trasporto bagagli, stazioni di ricarica per le e-bike. Bisogna investire in formazione e qualificazione dell’offerta turistica per trasformare questi percorsi in pacchetti turistici veri e propri”

GIOCO DI SQUADRA “Il cicloturismo ci obbliga a fare il gioco di squadra – aggiunge a Il Sole 24 ore Giacono Santilli, presidente dell’osservatorio Bikeconomy – ad abbandonare il campanilismo per sviluppare le competenze necessarie a favorire le connessioni, la rigenerazione di strade e borghi, l’imprenditoria locale, i contratti di rete, con progetti di integrazione tra pubblico e privato”

I FONDI “In questa prospettiva – conclude Pierangelo Soldavini il suo articolo su Il Sole 24 ore – il ministero del Turismo sarebbe intenzionato a chiedere lo stanziamento di fondi fino a 100 milioni nella prossima legge di bilancio per lo sviluppo del cicloturismo”

Messaggi che sembrano dedicati proprio al Monferrato, dove il gioco di squadra funziona solo nel tamburello

L’abito non fa il monaco, le scarpe sì

Il sole basso del tramonto ormai avanzato allunga le ombre sui bordi della strada che da cent’anni accompagna da Asti ad Alessandria i viandanti con il loro carico di pensieri, paure, sogni. Laggiù, il profilo delle prime case di Quattordio, e un’alta costruzione che da lontano pareva una torre, annunciavano la fine di un rettilineo che si era allungato per chilometri in un susseguirsi di leggeri saliscendi. Fu allora che il conducente del trattore appena volato via “da quel diaul” notò accendersi i freni della Maserati MC20. Stefano Arnaboldi, nato 56 anni prima all’estrema periferia di Milano in una casa di ringhiera senza servizi e riscaldata a carbone, guidava con piacere e sottile orgoglio quella fuoriserie. Salirci sopra, gli dava ogni volta la conferma di avercela fatta. Potere di una Maserati, nera come il suo umore dopo quel viaggio di lavoro nelle Langhe. Stefano Arnaboldi, occhi azzurri, lineamenti ben squadrati, curava con impegno ed orgoglio il fisico atletico da ex campione ben noto anni prima alle cronache sportive. Aveva i capelli rasati a zero ogni mattina con la lametta, come solitamente fa chi non tollera neppure un accenno di calvizie. E il pizzetto appena disegnato sul volto. Era infuriato, non accettava che un affare saltasse. “Mi basterà aspettare un po’, verranno loro a cercarmi”, rimurginava tra sé Stefano. Un attimo dopo la sua attenzione era attratta solo dalla macchia rossa di un cartello azzurro, al bordo destro della Provinciale. Malgrado il sole fosse sempre più basso, man mano che si avvicinava i contorni di quella macchia e di quel cartello diventavano chiari. “La Monsterrato-Strade Bianche Monferrato”, c’era scritto sul cartello. E la macchia rosa altro non era che la sagoma di un corridore degli anni eroici. Quando la Maserati MC20 rispose sgommando all’energico colpo sull’acceleratore, Stefano Arnaboldi aveva dimenticato l’umore nero, pensava solo a quando sarebbe potuto tornare a Quattordio per pedalare con la fida gravel su quelle strade bianche. “Da Milano sono qui in mezzora, basta un pomeriggio libero…”, rifletteva affondando ancor più sull’acceleratore la suola delle Santoni Limited Croco da 3600 euro. Sì, perché – come spesso ripeteva agli amici più intimi – “l’abito non fa il monaco ma le scarpe sì”

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CHIMERA – Due mesi erano trascorsi e quel “pomeriggio libero” da facile opportunità pareva diventato chimera. “Le chiedono se può rinviare l’appuntamento a giovedì prossimo”, gli comunicò al telefono la segretaria quella mattina di fine novembre. Stefano aveva già pronta la ventiquattrore per il volo Alitalia delle 10,10 che dopo 65 minuti l’avrebbe scaricato a Londra. Il primo moto di disappunto si sciolse in un sorriso. Pochi minuti e stava sganciando le ruote della sua gravel bike per poterla caricare nell’ampio baule della Range Rover, l’auto un po’ datata ma perfettamente tenuta che aveva preferito usare per l’occasione. Come confermava il Rolex GMT Master Ice, cinquantadue minuti dopo aver avviato il motore del box dell’elegante suite milanese in zona San Siro, Stefano entrava in sella alla gravel nel cortile di un antico palazzo di Quattordio. La sua attenzione fu richiamata dall’insegna bianca e rossa che incorniciava una porta a vetri: “Monsterrato Point”. Un cartello moderno, realizzato però con materiale, stile e caratteri vintage. Fissata la gravel alla rastrelliera, Stefano si avvicinò alla porta e il vetro si aprì automaticamente. Varcata la soglia, osservò con interessa quel pianoforte antico, impreziosito da due candelabri fissati sulla cassa armonica. E il quadro ottocentesco che ritraeva una nobildonna locale, che poi scoprì essere stata tanto ricca quanto generosa. Sul lato opposto, dietro un banco, una signorina discuteva animatamente al telefono. Susanna, questo il nome di quella ragazzona capace di parlare 3 lingue e di lavorare tra le vigne e la stalla di famiglia, stava definendo nei dettagli la trasferta in Monferrato di un gruppo di ciclisti toscani. Stefano aspettò il proprio turno. E pochi minuti dopo, caricava sul computerino della bici la traccia satellitare di un percorso da 110 km, non prima però di aver ripiegato accuratamente il foglio che riportava punti di interesse, bar e ristoranti presenti sul tracciato, numeri da chiamare per l’assistenza meccanica e sanitaria. A Stefano non bastava: chiese a Susanna se fosse possibile essere scortato da una vettura di assistenza e da una guida ufficiale Monsterrato, come riportato sul depliant. “Vede? Qui c’è scritto che la vettura di assistenza va prenotata in anticipo”, gli sorrise la Susanna con un tono cortese ma deciso, che non ammetteva repliche. Stefano salutò, avviò la traccia satellitare caricata sul computerino, e si allontanò per imboccare la strada bianca che costeggiava la ferrovia in direzione Cerro Tanaro. Qui, appuntamento al Museo della Bicicletta Sarachet, lo attendeva Tino, guida ufficiale Monsterrato che – per uno di quegli scherzi del destino che possono decidere il futuro – proprio quella mattina aveva potuto rispondere “sì” alla chiamata last minute di Susanna. Tino conosceva come le proprie tasche ogni anfratto del Monferrato tra Asti e Casale; castelli, cascinali, monumenti e antichi borghi non avevano per lui segreti. Qualche anno prima era stato una promessa della mountain bike italiana: aveva sacrificato le ambizioni agonistiche all’impegno richiesto dal vitigno e dalle mucche dell’impresa agricola di famiglia a Refrancore. O meglio, così sussurravano gli amici, così aveva deciso seppur a malincuore per evitare le sfuriate che il padre Tista gli riservava ad ogni trasferta e ad ogni ritorno, con minaccia più volte ribadita di gettare nel Tanaro quella “maledetta bici”. La bicicletta restava comunque al centro della vita di Tino, che aveva intuito dall’inizio l’importanza di quella Monsterrato e di questo nuovo lavoro. Conosceva perfettamente l’inglese e stava studiando per migliorare il suo tedesco. Dal Nord Europa – Germania, Olanda, Danimarca e Svezia – provenivano infatti gran parte dei cicloturisti con i quali aveva lavorato negli ultimi mesi; quasi tutti portati alla scoperta del Monferrato dalla VenTo, la ciclabile che unisce Torino a Venezia costeggiando il Po, finalmente completata e ora formidabile motore per il cicloturismo. I Comuni più illuminati e alcuni operatori privati avevano intuito le potenzialità di quella pista ciclabile, collegata a nord alle grandi ciclovie europee: così sulla VenTo tra la confluenza del Tanaro nel Po e Casale, erano spuntati cartelli turistici che, come in un’uscita autostradale, invitavano i cicloviandanti ad esplorare le colline dell’entroterra, patrimonio dell’Umanità Unesco. Una patente splendida, finalmente valorizzata

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FLEMMATICO Dopo una vigorosa stretta di mano e i reciproci complimenti per le rispettive bici, i due iniziarono a discutere. Stefano atletico, quasi statuario, flemmatico; Tino piccolo e mingherlino, in apparenza tutto nervi: così diversi, sarebbero andati d’accordo? Tino volle sapere livello di allenamento di Stefano e le sue aspettative per quella pedalata. L’avrebbe scortato fino a quella salita breve ma ripida, che sembrava impennarsi verso il cielo? Più opportuno optare un classico mangia-e-bevi collinare? O meglio scegliere le strade bianche pianeggianti della bassa? Era il primo quesito da chiarire, quello decisivo per la buona riuscita della mattinata. Stefano dedicava quasi tutto il tempo libero al ciclismo, l’unico sport che – evitando la battuta sul terreno – potevano sopportare le sue ginocchia, quella di sinistra in particolare, duramente provate da una carriera agonistica eccezionale per il conto in banca malgrado troppi infortuni l’avessero penalizzata. Un gruzzolo investito con buoni risultati nel settore dell’attrezzatura per palestre e dell’abbigliamento sportivo. C’era sempre da lottare. Come del resto succede in bici. La recente morte di un caro amico, travolto da un Tir mentre pedalava in Brianza, lo aveva provato. Per qualche mese non era riuscito a guardare la bici. Poi un sabato a Milano, fermo in coda ad un semaforo rosso, gli era caduto l’occhio su quella bicicletta che campeggiava nella vetrina del negozio a lato. Sembrava una bici da corsa, ma aveva qualcosa di strano. Accostò nel primo parcheggio libero. “E’ una gravel bike, ne stiamo vendendo moltissime – gli spiegò il commesso del negozio di bici – Come vede, il telaio ha una geometria corsaiola, ma è costruito in modo da poter ospitare ruote con gomme più ampie. Un ibrido tra bici da corsa e mountain bike: permette di fare velocità sull’asfalto ma soprattutto di affrontare le strade bianche. Con tutti gli incidenti che si sentono ogni giorno, sempre più ciclisti optano su pedalare su circuiti protetti, le strade bianche sono tornare un must”. Ovviamente, quel commesso tolse subito dopo dalla vetrina la gravel arancione che finì nel box dell’Arnaboldi. A distanza di alcuni mesi dall’acquisto che l’aveva soddisfatto, Stefano inforcava ora quel gioiellino di gravel nuova di pacca, preparato su misura dal figlio del noto telaista di Cusano Milanino. Anche a Stefano le strade bianche davano sicurezza. Una sensazione piacevole che si mescolava ad un affascinante senso di libertà. Quella macchia rossa sul cartello azzurro di Quattordio gli aveva aperto nuovi orizzonti. Aveva scoperto che “strade bianche” non significava solo Toscana, che a 50 minuti da Milano lo aspettava un eldorado di quel mondo agreste. Era deciso a scoprirlo. Voleva capire se era fatto per lui.

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GALLI E CAPPONI La discussione tra Stefano e Tino sul percorso da scegliere fu brevissima, e i due puntarono su un percorso collinare senza strappi troppo duri. Di fronte a qualcosa che non conosceva, Stefano aveva sempre un approccio soft: troppe volte nello sport aveva visto galletti fare le fine del cappone, non voleva che quella figuraccia toccasse a lui. Tino aveva apprezzato l’approccio di Stefano, aveva intuito che la prudenza di quel cliente era persino eccessiva. Quante volte gli era capitato di portare tra quelle colline dolci e tremende clienti spavaldi, partiti a razzo, che poi aveva dovuto spingere per tornare alla base? “Questa volta non succederà”, pensò tra sé Tino. La sua sensibilità naturale, terraiola, gli aveva fatto capire che sarebbe nato un buon feeling. Era deciso a dare a quel cliente rispettoso il meglio della sua professionalità di guida cicloturistica riconosciuta dalla Regione Piemonte. Bastarono pochi chilometri e Stefano pendeva dalle gambe e dalla lingua di Tino. Assorbiva come una spugna i racconti di quella guida che gli pareva così strana eppure lo affascinava. Con passare dei chilometri, Tino raccontava tutto ciò che sapeva, forse anche qualcosa in più. Tutte le battaglie combattute nel medioevo attorno a quel castello sulla sinistra, il miracolo avvenuto in quel vigneto più avanti, il palazzo su quella collina dove Vittorio Emanuele II riposava tra le braccia della Bella Rosin dopo estenuanti battute di caccia, il cascinale diroccato dove qualche anno prima era stato scoperto un arsenale della 1/a Guerra d’Indipendenza (baionette, munizioni e divise ora esposte in una bacheca comunale che però nessuno conosce), quel strada bianca dove – secondo la leggenda – è ancora nascosto il tesoro del Pustion, il brigante che rubava ai ricchi per dare ai poveri, anche se forse non era proprio così. Con lo scorrere dei chilometri, Stefano era sempre più stupito, quasi ipnotizzato da quello che vedeva e dai racconti di Tino. Dove l’avevano nascosta finora – si chiedeva – quella terra affascinante e sorprendente? Sotto le sue ruota stava succedendo qualcosa di eccezionale. Tutto cambiava. Dal corso regale del Po alle acque orgogliose del Tanaro; dalle strade bianche che costeggiano i canali della fertile Bassa alle mulattiere in collina; dal Carnaroli alle vigne di Barbera, Grignolino, Nebbiolo e Ruchè; dalle cicogne ai falchi, dagli aironi alle poiane, dalle rane ai cinghiali e caprioli; dalle baracche dei pescatori alle baite di tufo; dagli sterrati tra i canneti della ciclovia VENTO nel parco Aree Protette Po vercellese-alessandrino (paradiso del birdwatching), ai tornanti che si arrampicano in collina verso castelli e borghi medievali; dai chiodini ai tartufi; dai pergolati agli Infernot; da Carlo Carrà a Cristoforo Colombo. Sotto le ruote e davanti agli occhi di Stefano, sempre più sorpreso, il paesaggio mutava in modo radicale, spettacolare, drammatico. Era sincero l’abbraccio con cui Stefano salutò Tino, che dopo 4 ore dovette scendere dalla bici per tornare al lavoro in cascina. Stefano si sentiva ancora fresco. L’approccio soft alla pedalata gli aveva permesse di conservare energie. Decise quindi di pedalare ancora un po’ seguendo le ultime indicazioni di Tino, con il quale – così si erano accordati – avrebbe cenato quella sera in trattoria

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LA SIGNORA DI GRANA “Sì, sono del posto. Ma a lei che cosa interessa!”. Mostrava la faccia più aggressiva quell’esile, piccola signora del Monferrato sull’ottantina che stava camminando rasente al muro su un acciottolato in salita a Grana. Quasi affondava dentro una vestaglia da lavoro che una volta doveva essere azzurra e che le scendeva fino alle ginocchia, lasciando scoperto in basso il risvolto di pantaloni fiorati. Ai piedi sandali strapazzati dalla vita, sulla testa un improbabile cappello di paglia che lasciava scoperti ciuffi di capelli grigi. “Mi saprebbe dire quale, tra quelle laggiù, è la strada sterrata che porta a Grazzano Badoglio?”, le chiese Stefano, che era riuscito a perdersi in quel dedalo di strade bianche, inventando il più dolce dei sorrisi. Il volto della signora del Monferrato si distese, aprendosi in un’espressione divertita e interessata. E gli occhi verdastri, poco più che fessure, diventare dolci. Venti minuti dopo, quando la salutava, Stefano aveva assorbito i discorsi entusiasti della signora. Che gli aveva raccontato come quella strada le ricordasse gli anni dell’infanzia, quando poco più che bambina la percorreva gerla in spalla per raggiungere papà e fratelli nella vigna. “Sa, adesso sono rimasta sola”. Prima di svoltare sullo sterrato, Stefano si girò un’ultima volta: quella signora stava agitando qua e là il braccio teso in alto, il suo saluto. “Se questo è il Monferrato – pensò tra sé Stefano – se questo è il carattere della sua gente, nulla di tutto ciò può andare perduto. Dove hanno nascosto finora questa terra?”

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TOCCARE LE STELLE Stefano aveva guidato su per quella mulattiera di collina, in una notte buia con le stelle così brillanti che pareva di poterle afferrare sporgendosi dal vetro abbassato. Saliva quasi con timore sul quel fondo sconnesso che anche la Range Rover sembrava non gradire. Poi la strada si allargò, comparvero le sagome di alcune case e di un campanile. Infine la piazza dove Tino lo stava aspettando, poggiato al pick up così coperto da fango e polvere che il bianco della carrozzeria si intuiva a malapena. Dall’altro capo della piazzetta, vicino ad un ufficio postale, il minuscolo ingresso al bar-tabacchi. Quasi un pertugio, sovrastato dal marchio del telefono e dall’insegna senza illuminazione con una piccola scritta a semiarco dai caratteri blu: da Corinto. “Ma questo, dove mi ha portato?” pensava Stefano osservando la fioca luce al neon che illuminava l’ingresso, il bancone del bar occupato da bicchieri e bottiglie ed il lavello pieno di bicchieri sporchi. Scostando la fila di lunghe treccine di spugna che dal soffitto dove erano appese raggiungevano il pavimento in cotto, un secondo ingresso portava alla sala da pranzo dominata dal camino acceso, con una decina di tavoli protetti da linde tovaglie a quadretti biancorossi. A fianco del camino, un suonatore allargava e stringeva la fisarmonica intrattenendo i presenti. Classica serata di metà settimana, da vivere tra amici del posto, senza l’impiccio di torinesi o, peggio, milanesi. “Non preoccupatevi – raccomanderà la settimana dopo Stefano agli amici invitati in quella trattoria – E’ uno di quei posti dove non entrereste mai e da dove poi non vorreste più uscire”.

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IL RE DELL’AGNOLOTTO Corinto, conosciuto nella zona come il Re dell’Agnolotto o – secondo altri – il generale della Finanziera, portò uno dopo l’altra una decina di piatti preparati in cucina dalla Cesarina, moglie affettuosa quanto paziente. Una sequenza dai gusti esaltanti. Stefano e Tino si trovavano bene tra di loro e in quella trattoria. Parlarono del più e del meno, non solo di ciclismo e strade bianche. Ma quando la Cesarina portò la bottiglia d’amaro, Stefano venne attratto dalle parole di due vecchi contadini del posto, che già da un po’ discutevano davanti a un calice di rosso. “L’hanno visto anche la scorsa settimana nel campo del Tai”, assicurava all’altro il tizio con i baffoni. Stefano diede un’occhiata interrogativa a Tino, che rispose con un gesto della mano come volesse parlargliene dopo. Stefano però non riusciva a staccare l’orecchio da quei discorsi che troppo lo stupivano. I due amici contadini parlavano del famoso navigatore che, nel 1451 sarebbe nato proprio tra quelle colline, in un casale di proprietà della famiglia genovese. O meglio, discorrevano del suo fantasma. L’avrebbero visto quasi sempre alla stessa ora, solitario e irraggiungibile nelle ombre del primo tramonto. L’avrebbero intravisto da molto lontano, un uomo dal portamento orgoglioso, avvolto in un’elegante mantella nera, in testa un cappello a larghe tese scure. L’avrebbero visto camminare lento tra i prati che circondano quel borgo medievale lontano da sentieri battuti, come eroso da un fuoco che gli impedisca di fermarsi, di trovare finalmente pace. Un fuoco che gli impone il viaggio eterno. Stefano dovette guardare il fuoco nel camino per tornare alla realtà. “Accadrebbe da tempi immemorabili – spiegava Tino una volta usciti dal locale -. Appare e subito scompare. Solo una volta, l’hanno visto fermarsi un attimo in cima alla collina che domina la vallata, fissando con occhi febbrili l’orizzonte a Sud, verso le Alpi Liguri. L’avrebbero visto alzare le narici quasi a voler catturare il profumo salmastro che a tratti sale fino a qui dal Mar Ligure, il suo mare. Nessuno è mai riuscito ad avvicinarlo, tantomeno a parlargli. Comunque, non chiedere qualcosa mai qualcosa su quell’uomo misterioso. “Ma quale fantasma, sono baggianate che ci raccontiamo per passare il tempo”, aveva risposto poco prima l’uomo dai baffoni alla domanda di Stefano, sempre più affascinato e stupito. Ma in quella fredda serata novembrina, mentre Stefano e Tino salivano in macchina, il baffone e l’amico girarono la testa per un rapido colpo d’occhio. Sicuri che non ci fossero più orecchie indiscrete, coccolati dal suono di una fisarmonica e con gli occhi che specchiavano le fiamme accese nel camino, il baffone domandò all’altro: “Dì, ieri sera l’hai visto anche tu?”

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TROPPO TARDI Erano le 2,30 del mattino quando una Maserati MC20 nera entrava in autostrada a Casale Sud. Per fortuna non c’era un filo di nebbia e Stefano spinse sull’accelleratore. E mentre quel bolide volava verso Milano lui pensava a quando sarebbe potuto tornare. Si augurava che il Tino, che già considerava come un amico di vecchia data, lo informasse all’indomani su quel cascinale in vendita che tanto gli sarebbe piaciuto ristrutturare. Stava ormai superando il casello di Arluno quando gli una luce verde comparì all’improvviso in mezzo alla careggiata. Non riuscì neppure a toccare il freno. Poi intorno fu solo il silenzio…..

di Claudio Luigi Bagni

(continua?)

+++LA 6/a MONSTERRATO E’ ANNULLATA E RINVIATA AL 2022, MA….+++

+++LA 6/a MONSTERRATO E’ ANNULLATA E RINVIATA AL 2022, MA….+++

Le nuove incertezzze del #Covid ed i timori di una quarta ondata dopo le ferie agostane ci hanno consigliato di rinviare al 2022 la 6/a edizione de La Monsterrato-Strade Bianche Monferrato (originariamente prevista per il 4 -5 -10 ed 11 settembre). Per chi volesse pedalare ugualmente in Monferrato a settembre, nei giorni magici della vendemmia, offriamo su #Strava la traccia registrata di un percorso di 230 km (pagina La Monsterrato-Strade Bianche Monferrato) con un dislivello che supera i 3 mila metri:

https://www.strava.com/activities/4859880443

Il percorso è misto strade bianche e asfalto, adatto a gravel bike e mtb. La lunghezza è le difficoltà altimetriche lo rendono assolutamente riservato a possessori di idoneità medico sportiva al ciclismo agonistico. Il percorso così lungo ed impegnativo si presta ad essere diviso in 2 o 3 tappe, con soste presso B&B o agriturismo locali: chiedeteci, vi daremo informazioni utili

Ciò premesso, è sufficiente consultare una bella cartina, come si è fatto per tanti anni, con in più Strava a far da guida….E buon divertimento

La Monferrato strade bianche Monferrato (settembre 2022) è organizzata da ASD Bike Comedy Club in stretta collaborazione e col finanziamento di Comune di Castelletto Monferrato, Comune di Cerro Tanaro, Comune di Felizzano. Comune di Fubine Monferrato, Comune di Masio, Comune di Mirabello Monferrato, Comune di Quattordio, Comune di San Salvatore Monferrato, Comune di Vignale Monferrato online.

#LaMonsterrato #Monsterrato #Monferrato #stradebianche #cicloturismo #turismosportivo #golf #trekking #nordikwalking #paracadutismo #canoa #pescasportiva #vendemmia #tartufi

LANGHE ROERO E MONFERRATO PATRIMONIO DELL’UMANITA’®, Aree Protette Po piemontese, Paesaggi Vitivinicoli Langhe, Roero e Monferrato

Moleto e il tesoro nascosto dai Saraceni nelle grotte di tufo

STORIE ORDINARIE DI UNO STRAORDINARIO MONFERRATO

Precisa un antico testo: “Verso la fine del’ 700 dopo Cristo una banda di feroci Saladini provenienti dalla Francia, dopo lungo peregrinare nel Nord dell’Italia, si stabilirono in una grossa spelonca nella valle del territorio di Ottiglio. E illi vi rimasero e per molti anni sparsero la loro irreparabile tempesta rubando, uccidendo e facendo ogni sconcio di mali ai paesani. Ma un inverno molto piovoso in data non precisata, la grotta venne otturata da una enorme frana, seppellendo vivi i briganti saracini che non avendo altre vie d’uscita morirono tutti di fame e di sete”

Il racconto LE GROTTE DEI SARACENI è su Amazon. E tra Ottiglio e la splendida Moleto, accanto a quelle grotte che forse nascondono un formidabile segreto, transiterà la Monsterrato a settembre 2022. Buona fortuna

++++La nuove incertezze legate alla diffusione del #Covid ci hanno costretto ad annullare la 6/a Monsterrato rinviandola a settembre 2022. Le iscrizioni raccolte restano valide per l’anno prossimo++++

#Moleto#Ottiglio#Saraceni#Saladini#Tesoro#Monferrato#Monsterrato#stradebianche#gravelbike#tesorinascosti#leggendeBar Chiuso Moleto, Cave Di MoletoMoleto B&BComune di Ottiglio

LA MONSTERRATO, DON BOSCO, MIRABELLO E IL BIRDWATCHING

LA MONSTERRATO, DON BOSCO, MIRABELLO E IL BIRDWATCHING “Nel corso delle note passeggiate nelle campagne monferrine, San Giovanni Bosco giunse a Mirabello Monferrato il 12 ottobre 1861, seguito da 100 ragazzi che furono ospitati dalla famiglia Provera fino al 17 ottobre successivo. In tale occasione il Santo impiantò a Mirabello il primo collegio salesiano del Piemonte sorto fuori da Torino, nella casa donatagli dalla stessa famiglia Provera” (fonte Monferrato tra Po e Tanaro di Aldo di Ricaldone).

Quella appena citata è una delle pagine più significative nella storia di #Mirabello, una delle porte del Monferrato da cui parte un itinerario cicloturistico dedicato alle strade bianche e al #birdwatching. Una veloce pedalata sulla strada provinciale 61 porta a #Giarole, dove merita senz’altro un’occhiata il #CastelloSannazzaro. Da lì, sempre su asfalto, si prosegue per #Pomaro (dove un altro castello merita una visita) e #Bozzole. Qui, all’altezza del Cimitero, si imbocca un breve raccordo su strada bianca. Un centinaio di metri e incrociate, sempre su strada bianca, la #Vento. la ciclovia che unisce Venezia e Torino costeggiando il fiume Po. Lì si entra nel neonato Parco Aree Protette Po piemontese, se ne sente lo scorrere lì vicino, un paradiso per gli amanti della natura e del #birdwatching con numerosi punti di appostamento.

Tra gli animali più comuni osservabili: #cicogna #aironecenerino, #aironebianco maggiore, #gru, #germano reale, #mestolone, #canapiglia, piro piro #culbianco, #falco pescatore, #aquila anatraia maggiore, #fraticello, #occhione, cavaliere d’Italia, #succchiacapre, #nibbio bruno. Facili anche gli incontri con scoiattoli, tassi, martore, volpi e lepriPer ulteriori informazioni e per conoscere le postazioni migliori per l’avvistamento contattare Aree Protette Po piemontese.- Le nuove incertezze legate al Covid ci hanno costretto a rinviare la Monsterrato al 2022: nel frattempo il Po continua a scorrere ora dolce ora impetuoso, e gli uccelli acquatici non si stancano mai di disegnare il cielo con i loro maestosi voli

#Monferrato#Monsterrato#stradebianche#gravelbikeComune di Mirabello Monferrato, Comune di #Giarole, Castello Sannazzaro, Comune di #Pomaro, Comune di #Bozzole Comune di Valenza Castello di Pomaro VENTO

La Monsterrato, Augusto e il bastardone

“Ma di chi è quel cagnaccio che fa la posta al cancello?” pensò tra se Augusto. “Daniela, dov’è la Sara? Hai visto quel bastardone là fuori? Non vorrei che…” “Cagnaccio mica troppo – rispose Daniela, moglie e veterinario, dopo aver sbirciato dalla finestra ad oblò del lungo corridoio nel villone settecentesco del Monferrato casalese -. Sembra la copia della Sara, forse un po’ più grande”.
“Sì ma Sara dovè?”, insistette Augusto
“E’ giù in cortile che controlla Roberto e Luana”, garantì Daniela. Roberto, Luana, ed Augusto erano il nuovo gregge di quel cane entrato in casa Scagliotti tre anni prima. Daniela ed Augustoo stavano rientrando da una battura ai funghi sulle prealpi biellesi quando si erano accorti di essere seguiti a debita distanza da un cane. Gli si potevano contare le ossa ed il suo agurdo aveva qualcosa di dolce e triste che riuscì a scalfire il dogma di Daniele: ” Mai animali in casa, già troppi quelli in ambulatorio”. Adesso erano lì, alla faccia del dogma, inseparabili e complici

Ciclismo e strade bianche erano la passione di Augusto. Guai a chi gli toccasse le sue gravel. in particolare quella costruitagli addosso come un abito da Bebo Re, grande talento nei telai e negli affari conosciuto come il gioielliere”. Augusto, che si stava allenando per la Monsterrato, pedalava di buona lena imboccando una salita su strada bianca quando si trovò davanti un muro bianco: un enorme gregge di pecore che risaliva l’erta, lemme lemme, fitto fitto. Che fare? In coda un pastore con la tuta una volta blù e poco più avanti il suo cane, un bastardaccio che ricordava un pastore tedesco. Ma soprattutto, all’Augusto ricordava tanto il cagnaccio di posta fuori dalla porta. L’orecchio sinistro biancastro testimoniava anzi che fosse proprio lui.“Non aver timore – tuonò il pastore – “Bocia, viè qua”.

Il pastore confabulò qualcosa con il cane, qualcosa che all’Augusto parve marziano. Si vide Bocia risalire al galoppo il gregge fino alla cima. Poi, una volta all’altro capo, iniziare a ridiscendere spingendo senza troppi complimenti le pecore a ridosso del costone a sinistra, liberando mezza carreggiata della stradina. Quando a lavoro fatto tornò dal pastore, guardò l’Augusto, risalì a metà del gregge e si è sedette sulle zampe posteriori, tutto fieri, col linguone bluastro che penzolava fuori.Quando Augusto gli passò davanti, vide grandi occhi lo scrutavano orgogliosi. E, avrebbe detto, anche po’ birichini. Che cosa volesse dire quello sguardo, Augusto lo capì meglio il mese dopo: la veterinaria Adriana saltellava attorno a Doggy indaffaratissima ed entusiasta, come fosse diventata lei mamma per la terza volta

#Monsterrato#Monferrato#PastoreOropa#pastorebiellesePastore d’Oropa forum … (pastore biellese)Il Cane Pastore di Oropa

La Monsterrato, Dorato e Dorino

STORIE ORDINARIE DI UNO STRAORDINARIO MONFERRATO

“Attenti! Attenti! Uhe!,Quello là è un lupo!”, urla con tutto il fiato l’Alberto tirando il freno della gravel, nel mezzo dell’avvallamento di una strada bianca in aperta campagna; manca poco che per quella brusca frenata finissero tutti a gambe all’aria. Rapida occhiata intorno, nessuno in giro a perdita d’occhio. E il lupo, o cosa diavolo fosse , sembra svanito nella boscaglia. “Era alto almeno metro, almeno così” insiste Alberto alzando braccio e mano all’altezza voluta”: “Si, due”, lo canzona Luigi che, ultimo della fila, nulla aveva visto.

“Un lupo di giorno? Mai visto! – sentenzia Alfredo – Eppoi la cucciolata dei mesi scorsi era stata notata molto, molto più a Nord di qui“. “Dai, era un capriolo, ne sono pieni, al massimo un paio di cinghiali anche se quelli escono soprattutto di notte; o  forse un gatto nero, quelli se le prendi di sorpresa fanno un casino…”, commenta Enrico. “Per me poteva essere una volpe muschiata, oppure una lepre: quando ci ha visti è saltata su come una molla, mezza morta di paura, e se l’è filata”, taglia corto Luigi, il capitano del gruppo;  che però, lepre o gatto che sicuramente fosse, non si sa mai, brandisce ora con mano sinistra da mancino un legnaccio grosso così, da abbattere un toro.  Mentre pedalano, muscoli tesi e  occhi attenti ad ogni movimento della vegetazione, come se i morti di paura fossero loro e non la lepre ecco un trattore farsi avanti sbuffando dall’altro capo della strada bianca. “Buongiorno, ma qui ci sono i lupi?, mi è sembrato di vederne uno dietro quella quercia. Certo che era un lupo, alto almeno un metro”, insiste Alberto, provocando il sorriso del contadino. Che dopo aver spento il trattore e  facendosi un po’ d’aria col cappello sul volto paonazzo e sudato,  prende tutti in contropiede. “Sicuramente era il Dorino, qui lo chiamiamo così. I professori delle bestie lo chiamano sciacallo dorato, pare venga dalla Russia, avrà  costeggiato tutto il Po. All’inizio c’era un po’ paura, ogni tanto sparisce qualche gallina ma quello caccia soprattutto topi e ricci. L’è simpàtic, bon còme ‘l pan, e siccome ogni tanto gliene mettiamo un  po’ nella casseruola là in fondo, e il giorno dopo non se ne trova più, di qui il Dorino non si muove. E sono già sette mesi….” .
Sette minuti, invece, pancia rasente terra, Alberto, Alfredo, Enrico e Luigi sono già volati dall’altra parte del bosco, su quella strada asfaltata mai prima così rassicurante. Si guardano tra di loro, mentre dal folto della boscaglia 2 piccoli occhi giallastri li osservano attenti. Sembrano pure divertiti. 

Le nuove incertezze legate al Covid ci hanno costretto a rinviare al 2022 La Monsterrato-Strade Bianche Monferrato. Ma da qualche parte del parco del Po piemontese, il Dorino è lì che aspetta chi vuole raccontare quell’emozione

Perchè il Monferrato è il parente povero?

Sono aree geografiche attigue e molto simili, quasi gemelle, splendidi esempi di territorio vitivinicolo. Li collega anche l’importate riconoscimento dell’Unesco a patrimonio dell’umanità. Eppure qualcuno mi sa spiegare perchè tra Langhe e Roero è sempre il Monferrato il parente povero, alla faccia della sua storia e delle sue opportunità. Con interi, splendidi borghi di colllina vicini a scomparire per inedia ed abbandono?